La vergogna di politici pagati troppo

E’ paradossale quanto sta accadendo in Calabria. Assistiamo, da un lato, ad un dibattito straripante che mette al centro le inconcludenti chiacchiere della politica; dall’altro, però, la stessa politica – vista come onnipotente – è del tutto assente laddove c’è bisogno di risposte: mercato del lavoro e sviluppo, sanità, edilizia, legalità. Incapace finanche di rappresentare i rischi che la regione più povera d’Italia corre con il federalismo fiscale alle porte. L’abolizione del listino, in realtà, qualora venisse confermata, non ci deve distrarre dalla vera esigenza che la Calabria avverte e che questa politica non è riuscita a soddisfare: le riforme per rendere più forte la Calabria e meno spappolata. Riforme che non si fanno a spizzichi e bocconi e ad uso della stessa politica come è stato finora fatto, ma che hanno senso se ci rendono tutti meno deboli. Se rendono la Regione più trasparente, leggera ed efficiente….

….Perciò io credo che di riforme occorrerà parlarne nella prossima legislatura ma in maniera seria, coinvolgendo la Calabria reale, mettendo al centro prima di tutto le cose che non funzionano. Anzitutto la consapevolezza che la Regione debba diventare Ente di Programmazione e di Sviluppo e non essere più Ente di potere e di gestione, per aiutare la Calabria a recuperare la dignità perduta ed a svolgere una funzione nazionale. E’ assolutamente urgente recuperare il valore della partecipazione della società civile alle scelte importanti della politica che non possono più essere fatte contro la Calabria migliore e assunte da un solo soggetto che si chiami Presidente o Governatore. Va, in tal senso, recuperata la partecipazione del sistema autonomistico che il centralismo regionale ha quasi distrutto. Rispetto alle previsione di pari ordinazione costituzionale di Comuni e Province, infatti, la Regione ha finito con l’interpretare una funzione di accentramento, umiliando il concorso del pluralismo territoriale voluto dalla Costituzione. E’ urgente dare vita alla Consulta Statutaria, la Consulta per l’Ambiente e il Crel: organismi che sono delle autentiche porte di comunicazione fra l’Istituzione e la società civile, ma che sono state assurdamente sbarrate proprio di recente, purtroppo, a conferma delle negatività di cui è capace questo regionalismo autoreferenziale e a tratti autoritario. In termini di etica politica, rispetto ad un simile quadro, la domanda da porsi è cosa occorra fare per ridare speranza ad una Regione duramente combattuta nel traumatico intreccio fra politica e malaffare. Un intreccio, come è stato sottolineato a Lamezia, che tre Prefetti dello Stato hanno cesellato in modo allarmante nelle loro relazioni al Ministro degli Interni, la cui conoscenza risulterebbe imprescindibile per chiunque si candidi a fare politica in Calabria. La domanda, in altri termini, è: può e in che modo un buon governo cambiare il destino di una regione? A che condizioni? Con quali requisiti degli attori politici e istituzionali? Con quali regole del gioco? Ed è indubbio che una parte decisiva per risolvere i problemi sul tappeto, è annessa all’investimento che la Calabria deve fare in una nuova classe dirigente e qui i partiti nazionali debbono dirci qual è la loro opinione, ma anche i partiti calabresi e soprattutto i calabresi che sono coloro i quali hanno in pugno il destino di questa Regione. Sappiamo bene che i partiti politici stanno vivendo una fase storica di cambiamento, ma rispetto alla gravissima condizione della Calabria ci aspettiamo che riprendano un discorso pubblico fondato sull’etica della rappresentanza politica indisponibile a cointeressenze private e illegali. Lungo questa direttrice va compresa la disponibilità del “popolo” che sostiene la mia candidatura al discorso sull’unità delle forze che vogliano dare segnali forti alla Calabria. Se non c’è una novità straordinaria nell’elaborazione del programma e nella disponibilità dei partiti a rinnovarsi, ai calabresi non interessa sapere che alla guida della Regione si sostituisce un colore con un altro.

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