Basta slogan! Vogliamo risposte serie

febbraio 16, 2010 in Ambiente, Area Stampa, Attualità, Comunicati, Cronaca, Cultura e territorio, Politica, Prima pagina

Non è sopportabile che mentre la Calabria frana sotto la pioggia alcuni esponenti dell’Esecutivo insistano sull’operazione mediatica del Ponte. Se si volesse davvero intervenire per dare risposte al Sud, occorrerebbe intervenire su ben altre priorità. Anzitutto avviando un’opera di sistemazione capillare e di manutenzione straordinaria del territorio calabrese che si sgretola sotto la pioggia, provoca danni enormi e mette a rischio la vita delle persone. I danni causati dalle piogge intense di questi giorni, dimostrano che il Governo non ha alcuna strategia per il rilancio delle aree depresse del Mezzogiorno. Non c’è una politica contro il rischio idrogeologico di cui si parla solo dinanzi alle tragedie. Crolla la Calabria nell’indifferenza di tutti, forse perché “chi governa e chi comanda ha costruito fortune sulle catastrofi naturali e sulle disgrazie della gente”. Eppure, quanti miliardi e denunce nel corso dei decenni! Le risorse finanziarie, che pure non sono mancate, non riescono mai ad alimentare circuiti virtuosi e il territorio, anziché essere considerato bene pubblico da difendere è offeso, deturpato e occupato abusivamente in assenza di Autorità nazionali e regionali in grado di far rispettare le leggi e incentivare l’equilibrio urbanistico delle aree interne. Non c’è alcuna capacità, ancora, di dare corso a strategie di difesa della montagna e delle coste. Francamente, ma lo dico senza vena polemica, è osservando quanto accade in questi giorni che si coglie, assieme alla fragilità del territorio, l’irresponsabilità della politica che negli anni non ha mosso un dito per impedire la rapina dell’ambiente e ha lasciato fare per interessi diretti o clientelari. La Calabria è a rischio geologico e a forte rischio sismico, ma tra una catastrofe e l’altra, nulla è cambiato. La prevenzione è inesistente. Quando i soldi ci sono si è incapaci di spenderli e quando si spendono si ubbidisce a logiche localistiche e clientelari. Noi dobbiamo fare in modo di avere una Regione autorevole, che anzitutto chieda conto di come siano stati spesi i soldi avuti per la difesa del suolo, che fine abbiano fatto sussidi e fondi elargiti per le calamità nel corso degli anni. Una Regione che ficchi il naso, assieme alle altre autorità competenti, in tutte le aree della Calabria per sanzionare lo sventramento delle montagne, l’inquinamento dei fiumi, la chiusura delle vie naturali delle acque. Se lasciamo che il territorio sia in mano alla mafia, al malaffare, agli speculatori avidi, non ci sarà più speranza.

Manca una seria politica di difesa del terriotorio

febbraio 14, 2010 in Ambiente, Area Stampa, Associazioni, Attualità, Comunicati, Cultura e territorio, Politica, Prima pagina

Le piogge intense mandano a catafascio la Calabria, uccidono, feriscono e arrecano disagi enormi. Siamo alle solite: all’abbandono delle aree depresse del Mezzogiorno che in questi giorni di maltempo diventa più drammatico. Questo Paese è paradossale, da un lato il Governo blatera su opere faraoniche ma non mette in sicurezza l’autostrada Sa/Rc, annuncia Banche al Sud ma non ha una politica contro il rischio idrogeologico di cui si parla solo dinanzi alle tragedie. Crolla la Calabria nell’indifferenza di tutti, forse perché “chi governa e chi comanda ha costruito fortune sulle catastrofi naturali e sulle disgrazie della gente”. Sembra una frase ovvia, ma è purtroppo la sintesi di più osservazioni puntuali. Quanti miliardi e denunce nel corso dei decenni, parole al vento! Le risorse finanziarie, che pure non sono mancate, non riescono mai ad alimentare alcun circuito virtuoso e il territorio, anziché essere considerato bene pubblico da difendere a tutti i costi, è offeso, deturpato e occupato abusivamente in assenza di Autorità nazionali e regionali in grado di far rispettare le leggi e incentivare l’equilibrio urbanistico delle aree interne. Non c’è alcuna capacità, ancora, di dare corso a strategie di difesa della montagna e delle coste. Cosi assistiamo alla desertificazione sociale dei paesi dell’entroterra, dove nessuna politica fino ad ora è stata capace di valorizzare la ricchezza naturale e storico – culturale, e all’erosione delle coste, dove i litorali sono pregiudicati da cementificazione selvaggia e illegalità.  E’ osservando senza pregiudizi quanto accade in questi giorni che si coglie, assieme alla fragilità del territorio, l’irresponsabilità della politica che negli anni non ha mosso un dito per impedire la rapina dell’ambiente e ha lasciato fare per interessi diretti o clientelari.  Le cronache dei disastri ambientali hanno tutte molti punti in comune, ma lasciano tutte, specie se l’occhio osserva la decadenza delle zone interne della regione, intuire la responsabilità di chi avrebbe dovuto intervenire e invece si è girato dall’altra parte. La Calabria è a rischio geologico e a forte rischio sismico, ma tra una catastrofe e l’altra, nulla è cambiato. La prevenzione è inesistente, benché oggi si sia in grado di fare, con ampio lasso di tempo, previsioni puntuali sulle intemperie, compreso l’andamento delle piogge. Il dramma è che si sa tutto, ma si è come impotenti ad agire e quando i soldi ci sono si è incapaci di spenderli. O quando si spendono, si ubbidisce a logiche parziali, si spezzetta, per interessi localistici e clientelari, il finanziamento, si seguono logiche particolari e ci si dimentica dell’interesse generale, dando libero sfogo agli appetiti dei peggiori calabresi. Occorrerebbe, finalmente, poter avere una Regione autorevole, che anzitutto chieda conto a tutti gli amministratori locali di come siano stati spesi i soldi avuti per la difesa del suolo, che fine abbiano fatto sussidi e fondi elargiti per le calamità nel corso degli anni. Occorrerebbe una politica regionale complessiva per il territorio con una visione d’insieme delle diverse problematiche aperte. Una Regione autorevole che ficchi il naso, assieme alle altre autorità  competenti, in tutte le aree della Calabria per sanzionare lo sventramento delle montagne, l’inquinamento dei fiumi, la chiusura delle vie naturali delle acque. Temo però che, nonostante sia urgente un intervento rigoroso di sanatoria ambientale e di razionalizzazione delle risorse, oggi, forse, anche per le menti più oneste questa azione sia davvero difficile, perché nel frattempo il territorio e le sue ricchezze sono stati sottratti alla fruizione dei cittadini, degli imprenditori sani, delle associazioni, e consegnati in buona parte nelle mani della mafia, del malaffare, di speculatori avidi che hanno dirottato nei loro conti in banca ingenti fondi comunitari la cui destinazione era ben altra.

No alle centrali a carbone e a quelle nucleari

febbraio 12, 2010 in Ambiente, Area Stampa, Attualità, Comunicati, Cronaca, Cultura e territorio, Economia, Politica, Prima pagina, Sanità e salute


ll Governo anziché dare risposte alle gravi emergenze sociali calabresi e spezzare il nodo affari/politicanti/criminalità che stritola la regione, scherza col fuoco. Pensa di ubicare a Saline Joniche una centrale a carbone e altrove (il sito però lo indicherà dopo il voto del 28 marzo) delle centrali nucleari. Quasi la Calabria fosse la pattumiera d’Italia, luogo in cui piazzare infrastrutture ad alto rischio ambientale che affamerebbero i calabresi e opere faraoniche a gloria del leader maximo mentre i nostri giovani sono costretti ad emigrare. Non vorrei che l’assenza di ogni politica di rilancio delle aree depresse del Sud come la Calabria, avesse come obiettivo quello di fare della Calabria un deserto sociale in cui si può realizzare ogni oscenità. Questa deduzione, al momento, è giustificata non solo dalla sottrazione d’ingenti risorse destinate al Sud e finite col finanziare esigenze del Nord, ma da più fatti. Insediare una centrale a carbone a Saline Joniche, equivarrebbe a distruggere ogni possibile crescita economica e sociale per un territorio fortemente vocato allo sviluppo turistico, storico e paesaggistico. Su questo punto è necessaria l’opposizione unanime delle forze politiche e sociali calabresi ma non di facciata, perché dobbiamo essere pronti, tutti assieme, visto che si tratterebbe di opere che pregiudicherebbero il futuro della Calabria, a fare anche le barricate. Purtroppo il Governo lombardo/veneto, la cui golden share è in mano alla Lega che esprime le peggiori pulsioni secessioniste, rifiuta di comprendere che la rivolta di Rosarno non è stato un incidente di percorso, ma ha rappresentato l’insopportabilità di un disagio sociale che non è isolato, ma è il segnale di ciò che la Calabria sta diventando: una polveriera sociale pronta ad esplodere.