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Intollerabile la carenza strutturale del Porto di Gioia Tauro

 

S’intervenga al più presto sui disagi che caratterizzano il traffico di merci presso lo scalo portuale di Gioia Tauro. Non è più ammissibile che in uno scenario regionale segnato da difficoltà finanziarie e di mercato crescenti ci si permetta il lusso di dilazionare all’infinito i tempi di allestimento di un locale igienico-sanitario presso il PIF (Posto Ispezione Frontaliero) del principale porto del meridione. Un problema che, tradotto in parole povere, significa semplicemente provvedere all’allestimento di un locale bagno provvisto di doccia da mettere a disposizione del personale medico dopo le ispezioni ai contenitori delle merci, alimentari e non, che viaggiano senza involucro. È a dir poco sconcertante che un problema così banale determini, per gli operatori del settore, disagi importanti a cominciare da un notevole aggravio delle spese di trasporto e burocratiche delle merci che devono essere dirottate su altri scali meglio attrezzati. Si pensi che, a causa di questo problema, fino ad oggi circa 80 containers sono stati dirottati su altri porti italiani e circa 40 containers sono stati smistati su porto spagnolo. Ancor più grave è questa mancanza se si pensa alla condizione più generale del porto di Gioia Tauro che da promessa di sviluppo per l’intera area meridionale sta da tempo segnando il passo in maniera preoccupante e vede i principali operatori in fuga verso altri scali strutturalmente ed economicamente più competitivi. Ma che per un locale bagno, del costo di poche migliaia di euro e di un paio di giorni di lavoro, debbano passare più di sei mesi senza che nessuno solleciti gli enti preposti a completare tale opera, è una beffa di fronte alla quale gli organi competenti non possono più far finta di niente ma devono intervenire senza più transigere.

Dalla parte dei lavoratori di Gioia Tauro

Sono addolorato per quanto sta accadendo a Gioia Tauro. La colpevole sottovalutazione dei problemi del porto più importante del Mediterraneo da parte del Governo rischia di essere la miccia che farà deflagrare la polveriera sociale che è diventata la Calabria. Altro che proclami e slogan! Non capiscono, a Roma, che stanno giocando col fuoco. Qui il rischio è di consegnare la Calabria alla mafia e al sottosviluppo. E’ questo che vogliono? Non mi capacito del fatto che, dinanzi all’allarme dei sindacati e dei lavoratori, Berlusconi l’altro giorno a Reggio Calabria non sia stato informato dei rischi che corre lo scalo calabrese, che necessita di massicci investimenti e di scelte forti, come suggerisce con cognizione di causa il professor Francesco Russo dell’Università di Reggio. In verità l’altro giorno, se fosse toccato a me stare accanto del Capo del Governo a Reggio Calabria, non avrei lasciato Berlusconi andar via senza che prima assumesse un impegno per il rilancio del porto. Ci sono situazioni che, per la loro inaudita gravità, debbono spingere la politica persino a rompere il protocollo e a porre con determinazione l’urgenza di avere risposte adeguate. Adesso spero che la Calabria e il Paese si stringano intorno ai lavoratori che giustamente protestano. Noi siamo con loro.

Il Consiglio dei Ministri dia risposte anche sul porto Gioia Tauro

 

Il Governo che conta di tenere una seduta del consiglio dei ministri a Reggio Calabria, non dubito che annuncerà provvedimenti per soddisfare le esigenze della magistratura in prima linea contro la criminalità e assegnare mezzi e risorse alle forze dell’ordine. Ma dia anche la risposta che serve a smentire l’affermazione di Cecilia Eckelmann Battistello (riportata oggi dalla “Stampa”). La donna più potente dello shipping, dopo aver definito gravissima la situazione di Gioia Tauro, non esclude che “se continua così il terminal possa chiudere”. Per la Calabria e l’Italia la chiusura della porta spalancata sul Mediterraneo sarebbe un disastro. Mi auguro che il Paese non voglia giocare col fuoco. Per la Calabria sarebbe la fine di un sogno e una tragedia per migliaia di lavoratori, per l’Italia un danno economico ingentissimo, perché i container che arrivano a Gioia Tauro poi sono destinati in altri scali italiani. Altro che gli slogan sul  Ponte sullo Stretto e la Banca per il Sud. Dopo anni ed anni, l’Italia non ha saputo far crescere intorno allo scalo più importante del Mediterraneo, che ridiventa centrale nella geopolitica e nell’economia, nessuna infrastruttura e nessun insediamento industriale. Insomma lo scalo di Gioia Tauro e tutta la problematica di quest’area rappresentano l’assenza di qualsivoglia strategia del Governo per il rilancio del Mezzogiorno abbandonato a se stesso. C’è da sperare che il Governo non vada via da Reggio senza rassicurare i lavoratori dello scalo, l’imprenditore e il Paese.